Artista: Dimartino
Titolo: Sarebbe bello non lasciarsi mai ma abbandonarsi ogni tanto è utile
Anno: maggio 2012
Etichetta: Picicca dischi
Tracklist:
- Non soiamo alberi
- Non ho più voglia di imparare
- Venga il tuo regno
- Amore sociale
- Cartoline da Amsterdam
- La penultima cena
- Maledetto autunno
- Io non parlo mai
- Piccoli peccati
- Poster di famiglia
- Ormai siamo troppo giovani
Come un fulmine a ciel sereno arriva in anteprima assoluta su rockit (l’ uscita dell’ album ‘fisico’ è fissata per il 21 maggio) Sarebbe bello non lasciarsi mai ma abbandonarsi ogni tanto è utile, secondo lavoro in studio per Dimartino. Ed è una perla.
Antonio Dimartino ex cantante e bassista dei Famelika, dal 2010 ha deciso di proseguire il suo percorso musicale mettendoci la faccia nel nome del gruppo e portandosi con sé Giusto Correnti alla batteria e Simona Norato al piano e alle voci, entrambi ex membri della band palermitana.
Sarebbe bello non lasciarsi mai ma abbandonarsi ogni tanto è utile si muove, nei temi e nei contenuti, sulla stessa scia del già ottimo disco d’esordio “Cara maestra abbiamo perso”, sospeso tra l’età adulta che già c’é e quel senso di inadeguatezza nel convincersi che il tempo dei sogni sta scivolando via e quindi si cerca comunque di restarvici aggrappati. Per tenerseli stretti anche da grandi, i sogni.
Un album vero e delicato.
Che parla di noi stessi, di noi soli, di un noi in due, di noi che ci reggiamo a modo nostro in quest’Italia sghemba, di noi che ci perdiamo e ci ricostruiamo, di noi che prendiamo la rincorsa e poi fermiamo a vederci cosa siamo, di noi e le nostre fantasie che diciamo solo a noi, di noi che abbiamo visto tutto o forse niente, di noi tra la democrazia e le dittature quotidiane, di noi tra sociale e vuoto, di noi.
Un album che nel silenzio, sottovoce si fa forza e a poco a poco cresce, implode fino a farsi fortezza. (Forse) il migliore italiano del 2012 fino a questo momento. A discapito dei lanci e delle recensioni trionfalistiche per dischi tuttavia mediocri di gruppi altisonanti (e ‘intoccabili’) o per altri troppo sopravvalutati di gruppi che non fanno altro che abbracciare le mode del momento e poco più.
Il disco si apre con una ballata stile anni ’60 (Non siamo gli alberi) dolce e malinconica, che nel testo contiene la frase che dà il titolo all’ album, accompagnata anche dal suono distensivo dei violini che costituisce un’impronta significativa anche nel resto delle canzoni.
Non ho più voglia di imparare ricalca per certi versi le sonorità di Cambio idea, nelle parole è quasi nichilista, sfiduciata verso le lezioni della vita/università “sceglitela tu la felicità che io scelgo la mia” e sul finale con un’ immagine intensa riserva un ricordo per Monicelli.
Venga il tuo regno è il brano che più di tutti si confronta ‘a viso aperto’ con l’ attualità, dimostra con forza tutti i controsensi della società che ha solo ‘regni’ d’ apparenza, a cui ormai si guarda in modo disincantato “La meraviglia che avevo da bambino la nascondo sotto al cuscino”.
Amore sociale e La penultima cena contengono polaroid di situazioni di coppia rivisitate tra metafore di pranzi e gesti quotidiani; la prima è poesia leggera e quasi amara “proverò a non pensarti più / per la mia carne buona / Per l’amore che dai / Come un fatto sociale”, la seconda dal ritmo più sostenuto e arricchita a tratti da trombe e cori, è più ‘affamata’ e con la voglia di ri-farsi “Pochi morsi ma buoni per divorarci bene”.
Poi ci sono Cartoline da Amsterdam (qui impreziosita anche dalla voce di Giovanni Gulino dei Marta sui Tubi) e Io non Parlo mai, ’ripescate’ dal periodo Famelika.
Maledetto Autunno ritorna sul tema delle nostre democrazie/felicità che non sono uguali a quelle di nessun altro, alle scelte e ai momenti che ognuno di noi, anche in un noi, si costruisce da solo. E risulta tra le più belle del disco, in quel finale che nella sua semplicità esalta il suono della parola.
Maledetto autunno
Me l’ hai detto tu
Maledetto tu.
Piccoli peccati si fa apprezzare per il ritmo pressante della batteria e per l’ intreccio azzeccato e in crescendo con il piano, spesso in evidenza e vero e proprio leit motiv del suono Dimartino. Registro musicale che si ripete anche in Poster di Famiglia dove invece nel testo ritroviamo istantanee romantiche e fuori moda, che vanno a delinearsi in una sorta di filosofia fai-da-te Gli aerei partono le frasi contano al cinema /E qualche volta anche nella vita/I padri sperano e i figli sparano al cinema/E qualche volta forse anche nella vita.
Infine Ormai siamo troppo giovani, (già ‘antipasto’ di questo lavoro sempre su rockit) che gioca ancora una volta con la voglia di restare attaccati all’ adolescenza e lo spaesamento di ritrovarsi nell’ età adulta con gli stessi orientamenti della giovinezza.
Un disco che sa raccontare il paese con la giusta dose di realtà e di fantasia, che ci narra con acutezza un mondo complesso, da tutti i nostri ‘universi disponibili’.
Un disco di canzone all’ italiana, quasi classica, che nel suo tocco spesso malinconico e disilluso, ci spinge con più forza a restare intatti dentro noi e a tenerci testa, magari anche coi sogni, alla faccia dell’Italia che ci vuole vivi e basta.
- M.S.
Quando in un lontano Arezzo wave vidi per caso l’ esibizione dei Water in Face, ne rimasi incredibilmente impressionato per la rabbia e la furia noise-rock concentrata solo in un duo. Scoperta a cui però non riuscii a dare un seguito negli ascolti e nei live, anche perchè di loro poi si persero (e ne persi) le tracce e solo dopo un po’ di tempo venni a conoscenza che quel power-duo era formato daNevruz (bravo anche lui ma persosi davvero nel tubo e nei meandri dei reality show) e Omid Jazi.
Nati da una costola degli Edwood, gli Intercity si fanno strada nel maremagnum della musica indipendente italiana nel 2009 con Grand Piano, il loro primo album, puro dream pop di nebbia e delay.
Come può un ragazzo londinese non ancora maggiorenne all’apparenza buffo, coi capelli rossi e delle dita lunghissime, con la camicia stretta fino all’ ultimo bottone e il cappello da yankee, suonare con una chitarra elettrica accordi jazzati con basi hip/hop – dub in sottofondo qualcosa di così indefinibile eppure di così straordinario?
Lucrezia Cesarini, in arte Maria Antonietta, è già un piccolo caso musicale. Questa 24enne pesarese,ex metà degli Young Wrists e ora all’esordio col suo progetto da solista in italiano dopo la parentesi di un ep in inglese col nome di Marie Antoinette, in pochissimo tempo dall’ uscita dell’ omonimo disco prodotto e registrato da Dario Brunori ha diviso la critica tra chi l’ ha fin da subito esaltata gridando alla ‘new big thing’ e chi invece l’ ha classificata come l’ ennesimo prodotto stereotipato e modaiolo.
Attesissimo, ambiziosissimo, coraggiosissimo: Il mondo nuovo fa rima con tutti i superlativi assoluti che volete.
Come già mi è successo per altri gruppi, anche i Keaton Pure sono una sorpresa di Bandcamp.
Come si suol dire, magie di Bandcamp.