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Dimartino – Sarebbe bello non lasciarsi mai ma abbandonarsi ogni tanto è utile (2012)

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Artista: Dimartino

Titolo: Sarebbe bello non lasciarsi mai ma abbandonarsi ogni tanto è utile

Anno:  maggio 2012

Etichetta: Picicca dischi

Tracklist:

  1. Non soiamo alberi
  2. Non ho più voglia di imparare
  3. Venga il tuo regno
  4. Amore sociale
  5. Cartoline da Amsterdam
  6. La penultima cena
  7. Maledetto autunno
  8. Io non parlo mai
  9. Piccoli peccati
  10. Poster di famiglia
  11. Ormai siamo troppo giovani

Come un fulmine a ciel sereno arriva in anteprima assoluta su rockit (l’ uscita dell’ album ‘fisico’ è fissata per il 21 maggio) Sarebbe bello non lasciarsi mai ma abbandonarsi ogni tanto è utile, secondo lavoro in studio per Dimartino. Ed è una perla.

Antonio Dimartino ex cantante e bassista dei Famelika, dal 2010 ha deciso di proseguire il suo percorso musicale mettendoci la faccia nel nome del gruppo e portandosi con sé Giusto Correnti alla batteria e Simona Norato al piano e alle voci, entrambi ex membri della band palermitana.

Sarebbe bello non lasciarsi mai ma abbandonarsi ogni tanto è utile si muove, nei temi e nei contenuti, sulla stessa scia del già ottimo disco d’esordio “Cara maestra abbiamo perso”, sospeso tra l’età adulta che già c’é e quel senso di inadeguatezza nel convincersi che il tempo dei sogni sta scivolando via e quindi si cerca comunque di restarvici aggrappati. Per tenerseli stretti anche da grandi, i sogni.

Un album vero e delicato.

Che parla di noi stessi, di noi soli, di un noi in due, di noi che ci reggiamo a modo nostro in quest’Italia sghemba, di noi che ci perdiamo e ci ricostruiamo, di noi che prendiamo la rincorsa e poi fermiamo a vederci cosa siamo, di noi e le nostre fantasie che diciamo solo a noi, di noi che abbiamo visto tutto o forse niente, di noi tra la democrazia e le dittature quotidiane, di noi tra sociale e vuoto, di noi.

Un album che nel silenzio, sottovoce si fa forza e a poco a poco cresce, implode fino a farsi fortezza. (Forse) il migliore italiano del 2012 fino a questo momento. A discapito dei lanci e delle recensioni trionfalistiche per dischi tuttavia mediocri di gruppi altisonanti (e ‘intoccabili’) o per altri troppo sopravvalutati di gruppi che non fanno altro che abbracciare le mode del momento e poco più.

Il disco si apre con una ballata stile anni ’60 (Non siamo gli alberi) dolce e malinconica, che nel testo contiene la frase che dà il titolo all’ album, accompagnata anche dal suono distensivo dei violini che costituisce un’impronta significativa anche nel resto delle canzoni.

Non ho più voglia di imparare ricalca per certi versi le sonorità di Cambio idea, nelle parole è quasi nichilista, sfiduciata verso le lezioni della vita/università “sceglitela tu la felicità che io scelgo la mia” e sul finale con un’ immagine intensa riserva un ricordo per Monicelli.

Venga il tuo regno è il brano che più di tutti si confronta ‘a viso aperto’ con l’ attualità, dimostra con forza tutti i controsensi della società che ha solo ‘regni’ d’ apparenza, a cui ormai si guarda in modo disincantato “La meraviglia che avevo da bambino la nascondo sotto al cuscino”.

Amore sociale e La penultima cena contengono polaroid di situazioni di coppia rivisitate tra metafore di pranzi e gesti quotidiani; la prima è poesia leggera e quasi amara “proverò a non pensarti più per la mia carne buona / Per l’amore che dai / Come un fatto sociale”, la seconda dal ritmo più sostenuto e arricchita a tratti da trombe e cori, è più ‘affamata’ e con la voglia di ri-farsi “Pochi morsi ma buoni per divorarci bene”.  

 Poi ci sono Cartoline da Amsterdam (qui impreziosita anche dalla voce di Giovanni Gulino dei Marta sui Tubi) e Io non Parlo mai,  ’ripescate’ dal periodo Famelika.

Maledetto Autunno ritorna sul tema delle nostre democrazie/felicità che non sono uguali a quelle di nessun altro, alle scelte e ai momenti che ognuno di noi, anche in un noi, si costruisce da solo. E risulta tra le più belle del disco, in quel finale che nella sua semplicità esalta il suono della parola.

Maledetto autunno

Me l’ hai detto tu

Maledetto tu.

Piccoli peccati si fa apprezzare per il ritmo pressante della batteria e per l’ intreccio azzeccato e in crescendo con il piano, spesso in evidenza e vero e proprio leit motiv del suono Dimartino. Registro musicale che si ripete anche in Poster di Famiglia dove invece nel testo ritroviamo istantanee romantiche e fuori moda, che vanno a delinearsi in una sorta di filosofia fai-da-te Gli aerei partono le frasi contano al cinema /E qualche volta anche nella vita/I padri sperano e i figli sparano al cinema/E qualche volta forse anche nella vita.

Infine Ormai siamo troppo giovani, (già ‘antipasto’ di questo lavoro sempre su rockit) che gioca ancora una volta con la voglia di restare attaccati all’ adolescenza e lo spaesamento di ritrovarsi nell’ età adulta con gli stessi orientamenti della giovinezza.

Un disco che sa raccontare il paese con la giusta dose di realtà e di fantasia, che ci narra con acutezza un mondo complesso, da tutti i nostri ‘universi disponibili’.

Un disco di canzone all’ italiana, quasi classica, che nel suo tocco spesso malinconico e disilluso, ci spinge con più forza a restare intatti dentro noi e a tenerci testa, magari anche coi sogni, alla faccia dell’Italia che ci vuole vivi e basta.

                                                                                                                                       - M.S.

Omid Jazi – Lenea EP (2012)

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Artista: Omid Jazi 

Titolo: Lenea EP

Anno: 2012 

Etichetta: Jestrai Records

Tracklist:

  1. Taglia le paranoie
  2. La molla di Chaplin
  3. Ossitocina
  4. Pensiero magico
  5. Giulietta ha le chiavi

Quando in un lontano Arezzo wave vidi per caso l’ esibizione dei Water in Face, ne rimasi incredibilmente impressionato per la rabbia e la furia noise-rock concentrata solo in un duo. Scoperta a cui però non riuscii a dare un seguito negli ascolti e nei live, anche perchè di loro poi si persero (e ne persi) le tracce e solo dopo un po’ di tempo venni a conoscenza che quel power-duo era formato daNevruz (bravo anche lui ma persosi davvero nel tubo e nei meandri dei reality show) e Omid Jazi.

Talento reale quest’ultimo ma rimasto sempre un po’ nascosto, che poi aveva continuato il suo percorso musicale con i Supravisitors nel 2007 e due anni dopo aveva scelto di trovare una propria dimensione come one-man-band producendo i suoi brani e avvalendosi delle sue doti da polistrumentista. Talento finalmente ‘visibile’ da inizio 2011 quando quasi inaspettatamente viene chiamato dai Verdena e in pochissimi mesi si ritrova ad essere parte importante come elemento aggiunto del (un aggettivo superlativo non ancora inventato) Wow-Tour.

Ed eccoci quindi arrivati ad inizio 2012, quando dopo aver messo da parte le fatiche e le gioie del Wow-tour, arriva l’ esordio da solista di Omid Jazi con un ep di cinque pezzi dal titolo Lenea (bellissima l’ immagine simbolica di copertina) per l’ etichetta Jestrai, che mette così a segno un altro bel ‘colpo’. ( Cliccate qui per ascoltarlo)

E’ un debutto sorprendente ed eclettico che oscilla tra pop lisergico alla My bloody Valentine, sovrapposizioni melodiche e vocali, elettro-sinth (Four Tet), ritornelli ossessivi o ricercati. Atmosfere particolari che sfociano nella psichedelia e che in qualche punto ri-sentono l’ influenza proprio di Wow (lecito no?), ma che comunque riesce a discostarsi e ad avere una propria e ben definita identità.

Taglia le paranoie è ossessiva tra giri di chitarre, sinth e batteria frenetici e ti si fissa in testa come una sega rotante proprio come il ritornello.

La molla di Chaplin segue la scia e la ruota sonora della traccia di apertura e affonda le pale elettroniche nell’ ironia tagliente della seconda parte del testo con riferimento puramente casuale(?): ”Aggiusta il cervello/ al meccanico di fiducia/ sono stato selezionato,/Voglio vincere X-Factor”,divento matto

Ossitocina è forse il miglior pezzo dell’ ep,condito da una pioggia di sinth ed è quella in cui si ri-trovano maggiormente gli strascichi verdeniani nel suond e soprattutto nella composizione del testo/linea vocale di Omid che ricalca forte il cantato e la ricerca del suono/parola di Alberto Ferrari.

Poi arriva la dolce Pensiero magico che ha in quel “Tu mi piaci, sei l’unica che crede in me” una semplicità assolata di senso che però immersa in quella sua melodia tra-sognante, quasi sixties e battistiana, non la rende affatto banale.

Infine conclude l’ep Giulietta ha le chiavi, altro pezzo forte di questo lavoro. Leggera nel suo incedere come un vortice costante, si apre attraverso la voce chiara e pulita di Omid e si offre anche ad inframezzi ‘meccanici’, costruendo nell’ insieme una traccia originale che chiude al meglio il disco.

Un ep dai tratti caleidoscopici che si fa ascoltare bene e ti tenta di farsi riascoltare subito dopo per capirne a fondo i dettagli e il melting-pot di sonorità e parole sospese/chiaro-scure che ogni volta suggeriscono qualcosa di nuovo e affascinante.

Bel lavoro Omid!

                                                                                          

                                                                                                           M.S.

Diaframma @ Oasi San Martino – Acquaviva delle Fonti (BA)

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Per la terza volta in poco meno di due anni domenica 25 marzo sono tornati all’ Oasi San Martino (ormai splendida realtà della zona barese per la musica live) Federico Fiumani e i suoi Diaframma, nella formazione attuale composta con Luca Cantasano al basso e Lorenzo Moretto alla batteria. La serata si è rivelata anche un piacevolissimo ‘pretesto’ per ripercorrere la loro incredibile trentennale carriera nonostante il leit motiv fosse la presentazione live del nuovo ‘Niente di serio‘, sedicesimo(!) album in studio della storica band new wave (però che da sempre spazia nel rock nel suo senso più stretto e genuino, e trova ampiezza nelle sfumature e nei testi di Fiumani).

Puntuali alle 22.30, i tre salgono sul palco circondati da un’ottima cornice di pubblico composta da generazioni differenti che per una sera si stringono attorno alla stessa ‘causa’ e  a Federico Fiumani che, in forma smagliante (in camicia lilla) senza troppi fronzoli e preamboli, attacca subito con l’ evergreen Siberia.

Molto efficace e graditissima è stata questa volta la scelta della scaletta, praticamente divisa in tre tranches: inizio e parte finale del concerto caratterizzate dai ‘classici’ (e non) della band pescati un po’ in tutto il vastissimo repertorio ( tra le altre Labbra blu, diamante Grezzo, Gennaio nella prima parte;Verde, Un giorno balordo, L’ odore delle rose, Blu Petrolio sul finale) spaccate a metà nella parte centrale da diversi pezzi di ‘Niente di serio’, tra cui da sottolineare l’ interpretazione sentita e a tratti ruvida di Madre Superiora e la bellissima e trasognante Grande come l’ oceano. Peccato non abbiamo trovato spazio Tempesta nel mio cuore e Carta carbone, altre due tracce del nuovo album che ti lasciano quelle cicatrici piacevoli, che non hai paura di ritrovare sulla tua pelle.

Il finale è affidato a Libra che racchiude in quella sua melodia incostante e a tratti scatenata e in quel suo testo viscerale “colpisci il passato al cuore/le illusioni di sempre/abbatti il futuro/se non ti appartiene”, tutta la bellezza del concerto e l’ essenza dei Diaframma e sfocia nel pogo sensato e divertito dei fan nelle prime fila.

Che dire, la migliore performance dei Diaframma vista all’ Oasi, e non sono i residui belli(ci) ancora ravvicinati della serata che mi fanno dire questo, ma l’ esibizione complessiva di Federico Fiumani , leader indiscusso del gruppo, nella sua versione più grintosa e convincente; e supportato al meglio dall’ attuale line-up alla base ritmica e batteria.

Il cantante (ma anche scrittore/poeta) Fiumani, marchigiano d’ origine ma fiorentino d’ adozione, dal vivo è sempre una certezza  e fa specie il modo in cui si ripropone e si presta ad ogni giro di giostra (anche in chiave acustica col ‘suo’ Confidenziale) con la stessa e a volte rinnovata energia e passione punk/rock in un mondo (quello musicale) che fiacca subito le speranze e si dà a facili ‘costumi’ e poca sostanza. Fiumani ha i pugni in tasca, resiste e ne sente l’ esigenza e il bisogno di farlo e di suonare, mostrandosi ancora una volta come esempio per la sua voglia di tenere e padroneggiare il palco come pochi e indirettamente fa da monito a quei gruppi/ragazzi che si sentono arrivati alle prime luci della ribalta sui palchi di provincia e non.

Attitudine, passione e grinta rock difficile da trovare nel panorama musicale italiano.

Di serio quindi c’è tutt’ altro che niente e Fiumani e i suoi Diaframma continuano a confermarsi/confermarcelo.

 

 

SET-LIST

Siberia

Labbra blu

Diamante grezzo

Gennaio

Fiore non sentirti sola

Oceano

Io sto con te (ma amo un’ altra)

Vivo così

Madre superiora

Entropia

Grande come l’ oceano

Niente di serio

Anime morte

Un orologio rotto

L’ orgia

Un giorno balordo

Spazi immensi

Blu petrolio

Verde

L’ odore delle rose

I giorni dell’ ira

Tre volte lacrime

Libra

 

                                                                                                     M.S.

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Artista: Intercity

Titolo: Yu Hu

Anno: 2012

Etichetta: A cup in the garden

Tracklist:

  1. Piano piano
  2. Neon
  3. Smeraldo
  4. Anfiteatro
  5. Nouvelle Vague
  6. L’elettricità
  7. Overdisco
  8. Terrore esotico
  9. Anais
  10. La lunga avenue
  11. Un grande sogno
  12. Welcome piccola
  13. Spiaggia bianca
  14. Mondo moderno
  15. Anti

 

Nati da una costola degli Edwood, gli Intercity si fanno strada nel maremagnum della musica indipendente italiana nel 2009 con Grand Piano, il loro primo album, puro dream pop di nebbia e delay.

Quello che sto per recensire, lungi dal voler sembrare Lester Bangs ( come direbbe “Lo stato sociale”), è il loro secondo lavoro, Yu Hu, uscito nel febbraio 2012.

Si tratta sempre di un full lenght che conta ben 15 tracce dai suoni sporchi ed omogenei, dalle sonorità particolari lontane  ”dai soliti quattro accordi”, un album pensato molto bene anche per quanto riguarda gli “extra sounds” (che rendono più piacevole la versione studio e che, purtroppo, si sentono meno nei live), farina del sacco di Michele Campetti: “E’ Poldo che fa i suonini“, come mi ha detto Fabio in una recente chiacchierata, alludendo al soprannome dei fratello.

Lo stile del cantato del quartetto (Anna Viganò, Michele Campetti, Fabio Campetti, Pietro Paolo Lissignoli) è chiaramente improntato sul dialogo fra le due voci, un rincorrersi e riprendersi che ricorda un po’ la scelta dei Baustelle, dove le parole di Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi si fondono in un intreccio pressochè insolubile.

Tratti da Yu Hu si annoverano due video, rispettivamente di Elettricità e Smeraldo, di recente uscita e in cui è possibile vedere un’Anna alternativa; “C’avevo caldo!“, ha detto in un live di pochi giorni fa.

Nello stesso live sono venuta poi a sapere, sempre dalle parole di Anna, che esisteva anche il video diAnais, girato e mai consegnato.

Due di quindici brani, Smeraldo e Lunga Avenue, sono cantati interamente interpretati dalla cantante dai rossi capelli, la cui voce è comunque presente nellle altre tracce, affidate per lo più a Fabio Campetti.

Dover scegliere il pezzo meglio riuscito è per me impresa ardua ma se dovessi necessariamente fare tre titoli, le canzoni che più di tutte ho apprezzato e le cui parole mi risuonano continuamente nella testa sono AnfiteatroTerrore Esotico Overdisco; In particolare “Sei sempre stata il mio arcangelo di Dio”, incipit del ritornello di Terrore esotico, è il because of  ho iniziato ad ascoltare Yu Hu.

Personalmente è un disco che superconsiglio agli amanti del genere; il grande potenziale di questo gruppo merita senz’altro di calcare palchi importanti.

Non mi resta che affidare la conclusione ai titoli di questo e del mio album preferito del 2011:

Yu Hu, WOW!

                                                                                                                                         

Michela B.

King Krule, King Krule EP (2011)

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Artista : King Krule

Titolo : King Krule ep

Anno : 2011

Etichetta : True Panther

Tracklist:

  1. 36N63
  2. Bleak Blake
  3. Portrait in black and blue
  4. Lead exsistance
  5. The noose of jah city

Come può un ragazzo londinese non ancora maggiorenne all’apparenza buffo, coi capelli rossi e delle dita lunghissime, con la camicia stretta fino all’ ultimo bottone e il cappello da yankee, suonare con una chitarra elettrica accordi jazzati con basi hip/hop – dub in sottofondo qualcosa di così indefinibile eppure di così straordinario?

La risposta esiste e ha il nome reale di Archy Marshall, classe 1994, e quello d’ arte per questo suo ep d’ esordio di King Krule, che va a sostituire il precedente di Zoo Kid con il quale aveva cominciato a strimpellare suggestioni sonore(tra cui le bellissime Out getting ribs, Ocean bed e Rock bottom)

King Krule è un ragazzo che sembra aver già visto o vissuto troppo per la sua età.

Ha influenze musicali fuori dall’ ordinario e difficilmente accostabili: The Penguin Cafè Orchestra , Ian Dury e Fela Kuti. Ha una crew di amici con cui si cimenta e sperimenta ogni tipo di cosa in progetti paralleli che fanno da satellite alla sua arte.

La sua musica ha il sapore di una medicina dopo una giornata storta. Bluewave, come la definisce lui stesso.

E’ intrisa di disillusione e amarezza giovane, come il mare negato ad un bambino, eppure è consolante e rilassante nel suo incedere strambo dell’ incontro tra generi tanto distanti da fondersi bene in quella voce a tratti raschiata à la Tom Waits che sembra tutt’ altro che fuoriuscire da un ragazzino.

La forza del suono e delle immagini di King Krule ricorda o ci starebbe benissimo nella colonna sonora dei film di Gus Van Sant e dei suoi quartieri di Scoprendo Forrester o Paranoid Park.

Cinque mini tracce tra poesia di strada o di periferia e fumi di suoni di quel jazz trasognante di Chet Baker accompagnato da un orchestrina elettronica che ti distendono l’ aria intorno e non ti fanno pesare i macigni,le macerie e le lotte personali/quotidiane che ci trovi dentro, affogate nelle parole e nelle onde blu(es) di questo ragazzotto londinese.

                                                                                                                           M.S.

Maria Antonietta, Maria Antonietta (2012)

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Artista : Maria Antonietta

Titolo : Maria Antonietta

Anno : 2012

Etichetta : Picicca Dischi

Tracklis:

  1. Questa è la mia festa
  2. Con gli occhiali da sole
  3. Estate ’93
  4. Quanto eri bello
  5. Saliva
  6. Maria Maddalena
  7. Santa Caterina
  8. Stasera ho da fare
  9. Stanca
  10. Motel
  11. Tu sei la verità non io
  12. Alla felicità e ai locali punk

Lucrezia Cesarini, in arte Maria Antonietta, è già un piccolo caso musicale. Questa 24enne pesarese,ex metà degli Young Wrists e ora all’esordio col suo progetto da solista in italiano dopo la parentesi di un ep in inglese col nome di Marie Antoinette, in pochissimo tempo dall’ uscita dell’ omonimo disco prodotto e registrato da Dario Brunori ha diviso la critica tra chi l’ ha fin da subito esaltata gridando alla ‘new big thing’ e chi invece l’ ha classificata come l’ ennesimo prodotto stereotipato e modaiolo.

Probabilmente la verità sta nel mezzo.

La musica di Maria Antonietta sta tutta nella sua età e nel suo immaginario-mondo-reale sospeso tra l’ attitudine punk, i suoi capelli rossi come il sangue e i suoi modi un po’ da pin-up, un po’ da riotgirl mescolati ai cristi fosforescenti che ogni ragazzo/a ha impresso dentro di sé nell’ età dell’ oro e delle visioni: in questo caso ci sono e si muovono in lei Giovanna d’ Arco e madonne o santi dal vezzo ribelle.

La ragazza ha un’ urgenza dannata di parlare di sé, è sfrontata e sincera fino all’ osso (Stanca) e all’ eccesso (Stasera ho da fare) e ci mette dentro tutta l’ anima che può del suo vissuto (dis)adattato (Questa è la mia festaCon gli occhiali da sole), anche troppa a volte, tanto che sembra quasi una forzatura di sfaccettature (Maria Maddalena). Descrive le sue storie disperate con sincerità disarmante (Quanto eri bello), trasuda sacro e profano (Tu sei la verità non io) poi inciampa ed esagera nei cliché e con la voce che fanno tanto rocker finta isterica del tipo Courtney Love (Santa Caterina). In Moteldove ci sono richiami dei Prozac+ nelle sonorità, fa la martire a testa alta.

L’ universo autentico e sfacciato di Maria Antonietta però si riassume al meglio quando la cantante abbraccia la vena artistica più delicata nelle due tracce più riuscite del disco Estate 93 e Saliva che poi in fondo dicono sostanzialmente la stessa cosa, ossia l’ inadeguatezza post-adolescenziale, edulcolorata con una grazia amara che sa quasi di purezza realistica e che ricordano il cantato di Cristina Donà.

Come nelle migliori giovinezze sbandate o finte tali, c’è dell’ autodistruzione e della sana contraddizione all’ interno di Mariantonietta e nelle storie del suo album che mischiano stelle limpide a fuochi fatui. Comunque anche se nell’ insieme sembra mancare a volte un ‘identità ben precisa e ci siano testi ripetitivi, bisogna darle atto (nel caso fosse tutto vero) del coraggio di esprimere con assoluta semplicità i suoi amori, le sue paure e i suoi sensi graffianti e di affrontarli senza timori e senza condizioni dentro/contro quell’ immaginario-mondo-reale di cui ne fa/facciamo parte.

Probabilmente Maria Antonietta non sarà la soluzione nel panorama delle giovani cantanti italiane, di certo però ha portato qualcosa di nuovo, di auto dissacrante e sincero al tempo stesso. Staremo a vedere se poi le mele del suo albero resteranno tutte buone e intatte col tempo, fatto sta che ‘la verità detta da lei ha tutto un altro suono’ e per il momento ce la faremo bastare.

M.S.

Il Teatro degli Orrori, Il mondo nuovo (2012)

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Artista: Il Teatro degli Orrori

Titolo: Il mondo nuovo

Anno: 2012

Etichetta: La Tempesta

Tracklist:

  1. Io rivendico
  2. Io cerco te
  3. Non vedo l’ora
  4. Skopje
  5. Gli stati uniti d’Africa
  6. Cleveland- Baghdad
  7. Martino
  8. Cuore d’oceano
  9. Ion
  10. Monica
  11. Pablo
  12. Nicolaj
  13. Dimmi addio
  14. Doris
  15. Adrian
  16. Vivere e morirea Treviso

Attesissimo, ambiziosissimo, coraggiosissimo: Il mondo nuovo fa rima con tutti i superlativi assoluti che volete.

Il quartetto (perché il fondamentale Giulio Ragno Favero è tornato, anche se non se n’è mai andato davvero) ha deciso di vuotare completamente il sacco e di non porsi limiti di alcun genere eccezion fatta per la convergenza di tutto attorno alla figura dell’immigrato.

Questo è un concept, “come se ne facevano una volta”, direbbe qualcuno. Troviamo quindi un uso massiccio dell’elettronica (tanto temuta dai rocchettari più integralisti), archi quasi ovunque (curati da Rodrigo D’Erasmo, ovviamente) e tantissimi ospiti, ovvero il meglio degli artisti de La Tempesta e non solo.

Come uno spartiacque di una ricchissima scaletta da 16 tracce troviamo, ad esempio, Cuore d’oceano, scritta da Caparezza e cantata insieme a Capovilla, nella quale non si può non notare una fortissima impronta degli Aucan alle tastiere. Uno dei pezzi forti del disco, una delle tante storie narrate con una certa veemenza a quale è impossibile rimanere indifferenti.

In questo ascolto lungo quasi 70 minuti capita di imbattersi in canzoni che dal Teatro era difficile aspettarsi.

Una di queste poteva essere Gli Stati Uniti d’Africa (con tanto di strofa-scioglilingua, voce femminile di Mara Haregu Pagani e ritmi quasi tribali), se non fosse che a seguire c’è l’incredibile Cleveland – Baghdad, tra archi, chitarra acustica, chitarra elettrica, recitazione, cori e un cantato anche rabbioso, che vanno a disegnare un quadro di grandissima intensità raffigurante le strade di Baghdad: un momento davvero toccante.

Complice questi due pezzi e le prime quattro canzoni “vecchio stile” ma tutt’altro che stantie (tra le quali si possono apprezzare i rassicuranti giri di basso di Favero e la martellante batteria di Valente, e tra le quali svetta Non vedo l’ora, così intensa da togliere il respiro) composte con un’urgenza narrativa e compositiva alla quale la band ci ha piacevolmente abituato con i primi due dischi.

Dalla nona traccia in poi, però, troviamo una sequenza di storie, vere o provenienti dall’immaginazione di Capovilla, quasi tutte caratterizzate da un crescendo di pathos ed emozione, nelle quali la componente teatrale e recitativa assume un posto in primo piano e con essa il testo, sempre più indipendente dalla musica.

A canzoni come Monica, Nicolaj o Doris è quasi impossibile porre delle critiche, hanno tutto per essere a tutti gli effetti dei grandi pezzi, anche in sede live; è anche vero che l’ascolto consecutivo di pezzi per certi versi simili e in un certo senso dilatati, durante il quale un calo di attenzione può pregiudicare la comprensione dello sforzo creativo, di certo non valorizza appieno le potenzialità che queste canzoni hanno.

Dopo la chiusura sfumata di Doris, però, troviamo due perle, come fossero un ipotetico bis in un concerto: Adrian, nel quale il recitato di Capovilla tocca vette di intensità emotiva invidiabili, e soprattutto Vivere e morire a Treviso, brano cantato sottovoce sopra un lieve tappeto elettronico che regala non solo una gran conclusione ad un album ma anche una delle più belle canzoni degli ultimi anni alla musica italiana.

Particolare menzione meritano, in un disco del Teatro, i testi.

Capovilla e la sua volontà ammessa candidamente di voler fare “rock politico”, ci regalano occasioni enormi di arricchimento interiore anche questa volta. Il legame tra il rock e la poesia si fa sempre più stretto e non si può far altro che ascoltare e goderne. Il privilegiare l’aspetto recitato sacrificando quello cantato, inoltre, valorizza più che nei precedenti dischi un talento indiscusso (fortemente influenzato dalla figura di Carmelo Bene) e una voce calda raramente presente così chiaramente in un disco della band, relegando talvolta ai margini un cantato.

Un po’ di amaro in bocca, tuttavia, rimane nell’ascoltare una Martino forse non curata a dovere e unaIon piatta e senza idee, probabilmente non all’altezza della toccante, assurda, agghiacciante, vera vicenda vissuta da Ion Cazacu nel 2000 e della meravigliosa chitarra di Mirai, che ci regala un pezzo che sarebbe potuto essere la punta di diamante di Allusioni. Anche “l’inferno” che richiama alla memoria Vita mia e il “mi manchi” de Il turbamento della gelosia sanno di un già sentito perdonabile, ma che di certo non fa piacere.

Qualcuno si aspettava un capolavoro. Non lo è.

Tuttavia è un bellissimo disco che non sfigura al confronto con i primi due album. Non un passo in avanti significativo dal punto di vista musicale, ma un’invasione di campo a 360 gradi, una partenza e un arrivo, come se non ci fosse un futuro e un passato. Il vero banco di prova potrebbe presentarsi alla prossima occasione, quando la programmazione e la razionalità richieste per un concept potrebbero lasciare il posto all’istinto, senza scadenze temporali: la qualità del prodotto potrebbe addirittura alzarsi.

La band sgraziata degli esordi ora scopre un’anima sperimentale e quasi elegante, senza però snaturarsi e risultare stucchevole.

Anche questa volta “non si era mai sentito niente del genere”.

  - Manuel G.

Keaton Pure, Ovvero dell’età avvilita (2012)

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Artista: Keaton Pure

Titolo: Ovvero dell’età avvilita

Anno: 2012

Etichetta: Autoprodotto

Tracklist:

  1. Borderline, come no
  2. L’avvenire delle uova
  3. Tutto il tempo perso
  4. Gastrite
  5. Il vuoto spinto
  6. Chi non muore si ripete
  7. Tanto per ammazzare il tempo
  8. Un inverno ancora
  9. Lei non si scorda
  10. Ultimo pezzo

 

Come già mi è successo per altri gruppi, anche i Keaton Pure sono una sorpresa di Bandcamp.

Daniele Parisi, Matteo Paoluzzi, Andrea Di Pietro e Mario De Santis, una formazione classica che però di classico non ha nulla. Quattro come le uova della copertina dell’album, rosse su sfondo bianco che, “da una parte, richiamano la produzione industriale in serie, capannoni di gabbie sovraffollate di galline che hanno l’unica prospettiva di mangiare, cacare e morire, dall’altra rappresentano qualcosa che ancora non è, qualcosa di incompiuto dal quale può uscire qualcosa di nuovo“, come ha spiegato Mario in una recente intervista.

Ovvero dell’età avvilita (che potete scaricare a costo zero da qui ) esce a metà gennaio 2012, un’entrata a gamba tesa nel panorama del rock italiano che salta a piedi pari il classico e meno rischioso esordio formato EP e si propone subito con fuochi d’artificio e un full lenght autoprodotto di dieci tracce.

Le influenze sono molteplici e spaziano dal cantautorato italiano, al sound un po’ anni ’80 passando dal progressive.

Il lato “elettronico ma non troppo” del gruppo è la presenza dei synth (Borderline come no, Chi non muore si ripete, Tanto per ammazzare il tempo) suonati e dosati con saggezza, con i giusti efffetti e al momento giusto.

Un album che accontenta anche gli intenditori, spaziando dalla violenza vocale che ricorda i Fine Before You Came (Ultimo pezzo) alla voce pulita degli Io?Drama (Gastrite), dal synth anni ’80 (Borderline, come no) alla ballata romantica (Un inverno ancora), dall’intro batteria/chitarra (Tutto tempo perso) al “lalalalala” tutti in coro (Lei non si ricorda).

Una perfetta colonna sonora per un viaggio in macchina con gli amici, un album rock di qualità che si ascolta con piacere e, a mio parere e per esperienza personale, sopra gli standard d’esordio di questo genere di musica.

Insomma, un gruppo da tenere d’occhio che spero riceva il consenso che merita e che aspetto di ascoltare non solo a Roma.

Bravi Keaton Pure,  a quanto pare non è stato tutto tempo perso.

 

 

                                                                                             - Michela B.

Thegiornalisti, Vol.1 (2011)

Inserito il

Artista: Thegiornalisti

Titolo: Vol.1

Anno: 2011

Etichetta: Boombica/Goodfellas

Tracklist:

1. Siamo tutti marziani

2. una canzone per Joss

3.Autostrade Umane

4. Animali

5. E menomale

6. Io non eissto

7. E allora viva!

8. La mano sinistra del diavolo

9. Il marinaio

10. In continuo adesso

Come si suol dire, magie di Bandcamp.

Si da il caso che uno di questi pomeriggi, stanca di stare sui libri, ho messo il naso su Bandcamp che, mai come in questo periodo, mi sta regalando grandi sorprese. Tra un gruppo e l’altro sono capitata sulla pagina di Vol.1 dei Thegiornalisti, non proprio un album nuovissimo ( è uscito ad inizio settembre 2011) ma comunque nuovo per me.

Thegiornalisti sono Tommaso Paradiso, Marco Primavera, Marco Antonio Musella, Emanule Guidoboni, romani e, sebbene alle “prime armi”, con una troupe di tutto rispetto che vanta manager, addetto stampa, sito, tumblr e merchandising.

L’album d’esordio, Vol.1 (il cui titolo ha degli echi brunoriani) ha fruttato loro diverse recensioni anche per testate importanti, interviste e, di recente, una collaborazione con XL di Repubblica. Vol.1 conta dieci tracce, diversissime fra loro ma con un fil rouge che, in qualche modo, le tiene unite e fa da collante all’idea globale del disco, particolare nella sua ben riuscita amalgama di melodie brit/beat e testi riflessivi che evocano con forza il cantautorato italiano.

Siamo tutti marziani è l’overture, un brano già favorevolmente accolto dalla “critica che conta”, tanto da accaparrarsi il 48° posto nella classifica dei migliori pezzi del 2011 su Rockit; un pezzo effettivamente valido la cui voce, soprattutto all’inizio, ricprende, in termini di effettistica, una soluzione già utilizzata con successo da altri. L’intenzione è un po’ anni ’60, in particolar modo lo slancio del ritornello e gli “uh uh” che si sentono sullo sfondo.

Una canzone per Joss è quella che più di tutte ricorda il modo di cantare di Dario Brunori, come tema e per gli intermezzi di “lalalala”. Insomma, se Brunori suonasse una chitarra elettrica, ciò che ne verrebbe fuori, non sarebbe molto distante da questo brano..

Di Autostrade Umane molto interessante e riuscito è il “cambio di tonalità” del ritornello, nonostante dei raddoppi un po’ arditi della voce che però, nel complesso, non stonano.

Animali ripropone il tema del “vorrei essere anche io un animale” già sperimentato anni fa dai Perturbazione con Animalia. Di questo brano molto apprezzabili sono il testo, gli effetti scelti per le chitarre e il basso che, invece, apre con un bellissimo giro la traccia successiva, E menomale, pezzo in cui la sonorità dei The Storkes di Is this it?? (comune denominatore dell’intero album, seppure in misura diversa) sono qui chiaramente riconoscibili.

Io non esisto, la “canzone dell’amore mai avuto” di quest’album, ha un’arpeggio iniziale che mi ricorda le ballate di Giorgio Canali. Il testo, malinconico e disilluso, rende molto bene “io per te non esisto ed è inutile che mi asciughi le lacrime quando piango [...], tanto io per te non esito.”

E allora viva è una perla un po’ sul blu(es), in una tonalità cupa e triste che però esplode con un ritornello alla Rino Gaetano che spiazza in positivo così come la svolta a metà tra lo spagnoleggiante e le colonne sonore di Morricone che potete sentire nel finale di La mano sinistra del Diavolo, sintesi perfetta che racchiude l’idea chiave e l’abilità del gruppo nello spaziare in diversi generi musicali, attingendo da essi in modo mai banale.

Il marinaio è anni 60 puri, una canzone di Sanremo,quando definirla tale era ancora un complimento. Belle chitarre, divertenti voci raddoppiate.

Vol.1 si chiude con In continuo adesso che, oltre ad avere profumo di Battisti e un titolo splendido, è anche una di quelle che preferisco.

Un album che “ne vale la pena”, anche se magari non è esattamente il genere che prediligete. Nuovo, con un sacco di richiami musicali ben riusciti e ben gestiti, bei testi, cambi di tempi ed originalità d’esecuzione.

Siamo pronti per il secondo volume.

                                                                                                        – Michela B.

Zeta, il primo video ufficiale de L’Officina della Camomilla.

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